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Theravada

 

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B U D D H I S M O - Theravada

riflessioni saggezza insegnamenti


La Tradizione Theravada

La Parola del Buddha si diffonde in tutto il subcontinente indiano e, successivamente, nello Sri Lanka, in Birmania, Corea, Giappone. Le sue diverse interpretazioni ne determinano il differenziarsi in più correnti. l'Hinayana, il Mahayana, il Vajrayana o Lamaismo del Tibet, mentre l'adattamento a contesti culturali diversi la colora degli usi e costumi delle diverse popolazioni che lo accolgono.

La tradizione Theravada è quella diffusa nei Paesi di prima evangelizzazione buddhista. lo Sri Lanka, la Birmania, la Thailandia e, dopo la scomparsa del Buddhismo in terra d'India, essa rimane quella che conserva la maggiore aderenza formale e sostanziale alla prima formulazione del Dharma.


 


Riflessioni

‘‘La pace non si trova in cima a una montagna o in una caverna;

si può viaggiare fino al luogo dell'illuminazione del Buddha

senza avvicinarsi all'illuminazione.

Quel che conta è essere consapevoli lì dove siete, qualsiasi cosa facciate.”

Ven. Ajahn Chah

 

" Spesso crediamo che la compassione sia qualcosa che abbiamo per gli altri,

ma la più grande lezione che si impara è che la compassione è qualcosa

che dobbiamo sviluppare per noi stessi "

Sister Ajahn Jitindry

 

- Prestare attenzione al senza-morte -

Negli insegnamenti Theravàda uno dei modi in cui il Buddha parlava della liberazione è molto simile al principio centrale dello Dzogchen. Per quanto ne sappia, entrambe le tradizioni insistono sul fatto che a un certo punto dobbiamo lasciar andare tutto e risvegliarci alla presenza del Dharma. Non bisogna attaccarsi neppure agli stati più salutari. Questo principio viene tradotto in vari modi, ma quello che sembra essere il più preciso è " prestare attenzione al senza-morte ". In pàli, l'ultima parola è 'amatadhàtu'. Un importante brano dei Sutta (A 3.128) presenta una conversazione fra due monaci anziani del Buddha. Il Venerabile Sariputta era il primo discepolo del Buddha, il più autorevole per saggezza e per i risultati ottenuti nella meditazione. Sebbene non fosse dotato di poteri psichici, era il grande maestro dei meditanti. L'altro discepolo anziano del Buddha, il Venerabile Anuruddha, era dotato di sorprendenti poteri psichici. Era quello che più di tutti aveva il dono dell'occhio divino; poteva vedere tutte le diverse dimensioni. I due discepoli formavano una coppia interessante. La debolezza di Sariputta era il grande dono di Anuruddha. Ad ogni modo, poco prima dell'illuminazione, Anuruddha andò da Sariputta e disse: "Con l'occhio divino purificato e perfetto io sono in grado di vedere tutte le 10.000 forme del sistema universo. La mia meditazione è assolutamente stabile, la mia consapevolezza è solida come una roccia. La mia energia è incessante e il mio corpo è completamente rilassato e calmo. Eppure il mio cuore non è completamente libero da efflussi e confusione. Dov'è che sbaglio?".

Sariputta rispose: "Amico mio, la tua capacità di vedere nelle 10.000 forme del sistema universo è collegata alla tua presunzione. La tua energia costante, la tua acuta consapevolezza, la tua calma fisica e la focalizzazione della tua mente hanno a che fare con la tua irrequietezza. Inoltre il fatto che ancora non hai liberato il cuore dagli asava e dalle contaminazioni dipende dalla tua ansia. Sarebbe bene, amico mio, se invece di occuparti di queste cose, tu volgessi la tua attenzione verso l'elemento del "senza-morte". (Sia detto per inciso, il Canone pàli abbonda di umorismo di questo tipo, anche se è molto simile allo humour inglese e a volte è facile che ci sfugga). Così, naturalmente, Anuruddha disse "ti ringrazio molto" e se ne andò. Poco tempo dopo, ottenne la completa illuminazione. Si tratta di un umorismo molto sottile.

Eppure il punto di questa conversazione è piuttosto serio. Fino a quando diciamo "guarda come sono complicati i miei problemi" oppure "guarda la mia forza di concentrazione", rimaniamo impastoiati nel samsara. In sostanza Sariputta aveva detto al suo compagno: "Sei così occupato con tutto il da fare e i suoi effetti, così occupato con tutte queste proliferazioni che non sarai mai libero. Stai guardando nella direzione sbagliata. Ti stai rivolgendo verso l'estemo, stai osservando gli oggetti di meditazione là fuori, il sistema universo dalle 10.000 forme che è là fuori. Sposta il tuo sguardo al contesto dell'esperienza e prenditi cura piuttosto dell'elemento del senza-morte".

Anuruddha aveva bisogno soltanto di spostare leggermente la propria attenzione per giungere a questa comprensione: "La questione non sono soltanto tutti gli oggetti affascinanti o tutte le cose nobili di cui mi sono occupato, tutto questo è condizionato, nato, composto e destinato a morire. Quello che manca è il Dharma senza tempo. Guarda dentro, espandi il tuo

sguardo. Prenditi cura del senza-morte".Ci sono anche altri punti nei Sutta (ad es. M 64.9 e 9.36) in cui il Buddha parla dello stesso processo riguardo allo sviluppo della concentrazione e

dell'assorbimento meditativo. Egli addirittura spiega che quando la mente è nel primo jhàna, nel secondo jhàna, nel terzo jhàna, via via fino ai jhàna superiori senza forma, possiamo osservare quegli stati e riconoscere che sono tutti condizionati e dipendenti. Questo, dice, è il vero sviluppo della saggezza: la consapevolezza di riconoscere la natura condizionata di uno stato, allontanarsi da esso, e prestare attenzione al senza-morte, anche quando questo stato è ancora presente. Quando la mente è concentrata e molto pura e luminosa, possiamo riconoscere che questo stato è condizionato, dipendente, estraneo, o qualcosa che è vuoto, vacuo. C'è la presenza mentale per riflettere sulla verità che tutto questo è condizionato e quindi grossolano, ma c'è l'elemento del senza-morte. E nel rivolgersi verso l'elemento del senza morte, il cuore è liberato.

In un certo senso è come guardare un quadro. In genere l'attenzione è rivolta alla figura e non allo sfondo. Oppure immaginate di essere in una stanza con qualcuno seduto su una sedia. Se vi trovate dall'altra parte della stanza, il vostro sguardo non si rivolgerà verso lo spazio davanti o di fianco a quella persona, ma la vostra attenzione sarà per la figura sulla sedia, giusto? Allo stesso modo, se avete mai disegnato una figura su una parete, in genere c'è un punto con un difetto o una sbavatura. E dove va l'occhio quando guardiamo la parete? Si dirige direttamente verso la pecca. Esattamente allo stesso modo, i nostri organi di percezione sono programmati per focalizzarsi sulla figura piuttosto che sullo sfondo. Anche se un oggetto è simile allo sfondo, come ad esempio la luce illimitata, abbiamo tuttavia bisogno di sapere come si fa a distoglierci da quell'oggetto.

Sia detto per inciso, questo spiega perché nei circoli di meditazione buddhista si è spesso messi in guardia contro gli stati profondi di assorbimento. Quando ci si trova in uno di questi stati, può risultare molto difficile sviluppare la visione profonda, e lo è ancor di più quando la mente è meno concentrata. Lo stato di assorbimento è una copia così verosimile della liberazione che sembra essere autentica. Quindi pensiamo: "È qui, perché cercare più ol-

tre? Questo va bene". Ci lasciamo imbrogliare e, di conseguenza, sprechiamo l'opportunità di prenderci cura del senza-morte.[...] […] L'atto di prestare attenzione al senza-morte è pertanto una pratica spirituale nodale, ma non complicata. Semplicemente distogliamo la nostra

attenzione dagli oggetti mentali per portarla sul senza-morte, il non-nato. Non si tratta di un programma imponente di ricostruzione. Non è che si debba fare grandi cose. È molto semplice e naturale. Ci rilassiamo e notiamo qualcosa che è sempre stato qui, come notare lo spazio in una stanza. Non notiamo lo spazio perché non attira la nostra attenzione, perché non è affascinante. Allo stesso modo, siccome il nibbàna non ha una caratteristica, ne colore, ne sapore, ne forma, noi non ci accorgiamo che è proprio qui. Gli organi di percezione e l'attività della mente che attribuisce nomi operano sulle forme; è lì che vanno prima. Pertanto tendiamo a perderci ciò che è sempre qui. Di fatto, proprio perché non è dotato di vita, lo spazio è a un tempo il peggiore e il miglior esempio, ma a volte è utile usarlo.

Ven. Ajahn Amaro


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- L'eterna felicità -

 

... Abbiamo meditato, osservato il nostro respiro, contemplato l'inspirazione e l'espirazione. Stiamo praticando la nuda attenzione, la consapevolezza del corpo mentre si cammina, si sta in piedi, si sta seduti, si sta distesi. Anziché vivere tutto ciò passivamente, stiamo aprendo la mente alle condizioni quali sono qui e ora.

Notate come, anche in un posto splendido come questo, noi possiamo in realtà renderci infelici. Mentre siamo qui, può accaderci di voler essere da qualche altra parte; mentre camminiamo, possiamo voler stare seduti; mentre stiamo seduti, possiamo voler camminare. Nel corso della pratica, pensiamo a ciò che faremo una volta finito il ritiro. Ed ecco che, finito il ritiro, ci viene voglia di trovarci di nuovo qui... c'è da disperarsi, vi pare?

Prima di venire a questo ritiro, non stavate troppo bene a casa e pensavate: "Non vedo l'ora di andare al ritiro". Ed ecco che qui pensate: "Non vedo l'ora che questo ritiro finisca". O magari, mentre meditate vi sentite pieni di pace e vi dite: "Mi piacerebbe stare così in eterno"; o ieri avete provato uno stato di beatitudine e ora tentate di ritrovarlo ma invece vi agitate sempre di più.

Quando attingete lo stato di beatitudine vi ci aggrappate: ma a un certo punto dovete mangiare o avete qualcosa da fare. E vi crea disagio perdere quello stato. È anche possibile che non abbiate attinto nessuno stato di beatitudine in assoluto: sono solo venuti fuori tantissimi ricordi tristi e frustrazione e rabbia. Tutti gli altri sono beati: come conseguenza voi vi agitate, perché sembra che tutti ottengano qualcosa da questo ritiro tranne voi...

È in questo modo che cominciamo a osservare che tutto cambia. A questo punto abbiamo la possibilità di osservare come noi ci creiamo i problemi, o ci attacchiamo a ciò che ci piace o facciamo sorgere tutte le possibili complicazioni circa le condizioni del momento: col desiderare una cosa che non abbiamo, voler conservare quella che abbiamo o liberarci di quella che abbiamo. È l'eterno dramma umano del desiderio. Siamo sempre alla ricerca di qualche altra cosa.

Ricordo che, da bambino, io volevo un certo giocattolo. Dissi a mia madre che, se lo avessi avuto, non avrei mai più voluto nient'altro. Sarei stato totalmente appagato. E ci credevo, non le stavo mentendo: la sola cosa che mi impediva di essere felice in quel momento era il non avere il giocattolo che volevo. Così mia madre mi comprò il giocattolo. Cercai di trarne la felicità possibile per forse cinque minuti... e cominciai a desiderare qualcos'altro. Ottenere quel che volevo mi procurò un certo appagamento e una certa felicità fin quando non sorse un altro desiderio. Ricordo nitidamente il fatto: a quell'età ero veramente convinto che quel giocattolo mi avrebbe fatto felice per sempre... Finché non mi resi conto che l'eterna felicità' era impossibile...

Ven. Ajahn Sumedho

 

Storia del Buddhismo

Il Buddha, vissuto 2500 anni fa in India, è lo scopritore e primo propagatore del Dharma, la dottrina. La sua grande sensibilità al problema esistenziale del dolore lo porta a rinunciare agli agi e alle comodità della sua fortunata condizione e a scegliere una vita di povertà e ascesi. La sua ricerca trova infine esito nella Via che conduce alla liberazione dal dolore. il Nobile Ottuplice Sentiero che, insieme alle Quattro Nobili Verità, costituisce l'essenza del Dharma. Infine fonda un ordine monastico mendicante, il Sangha monastico che, insieme ai praticanti laici, forma il Sangha allargato. la comunità dei praticanti.
Oggi il suo messaggio di liberazione ha raggiunto anche l'occidente per il beneficio di molti.

 


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" La Porta del Dharma "


GRUPPO PRATICANTI VIPASSANA - BARI