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B U D D H I S M O - Theravada

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La Tradizione Theravada

La Parola del Buddha si diffonde in tutto il subcontinente indiano e, successivamente, nello Sri Lanka, in Birmania, Corea, Giappone. Le sue diverse interpretazioni ne determinano il differenziarsi in più correnti. l'Hinayana, il Mahayana, il Vajrayana o Lamaismo del Tibet, mentre l'adattamento a contesti culturali diversi la colora degli usi e costumi delle diverse popolazioni che lo accolgono.

La tradizione Theravada è quella diffusa nei Paesi di prima evangelizzazione buddhista. lo Sri Lanka, la Birmania, la Thailandia e, dopo la scomparsa del Buddhismo in terra d'India, essa rimane quella che conserva la maggiore aderenza formale e sostanziale alla prima formulazione del Dharma.


 


Riflessioni

" Con una luce fortissima si può dissolvere il mondo.
Davanti a occhi deboli si solidifica,
davanti a occhi ancora più deboli ha i pugni,
davanti a occhi ancora più deboli diventa pudico e sfracella colui che osa guardarlo."

Franz Kafka

 

 

- Sulla pace interiore -

La pace interiore, senza dubbio uno dei tratti più specifici del cammino spirituale, è un'esperienza precisa che, da un lato, tende a costituirsi gradualmente come sfondo stabile e costante nell'individuo, dall'altro ad aumentare di intensità in momenti particolari. In quanto tale, essa ha un significato parecchio diverso da quel significato di momentanea assenza di disturbo che talora si attribuisce all'espressione 'pace interiore'. E perciò, per comprendere meglio che cosa, in ultima analisi, vogliano dire queste due parole, conviene anzitutto riflettere circa i nostri modi abituali di intendere la tranquillità interna.

A me sembra che, facilmente e non sempre consciamente, pace interna venga equiparata a evitamento o a successo. Incliniamo cioè a presumere che, se riusciamo a schivare quella responsabilità o quel compito o quella persona, avremo più pace. Oppure presumiamo, invece, che se saremo in grado di procurarci quella cosa o di affermarci in quell'altra, conquisteremo più pace. Si potrebbe parlare di strategia del meno nel primo caso e di strategia del più nel secondo. Ossia: o crediamo che perverremo alla pace solo sottraendo alla nostra vita e dunque svicolando, defilandoci, nascondendoci o crediamo, diversamente, che godremo di pace solo aggiungendo e dunque prendendo, possedendo, vincendo. Ora le grandi tradizioni spirituali, concordemente, ritengono che la pace risultante da queste strategie sia una pace fragile e, in fin dei conti, falsa.

Potremmo dire che queste tradizioni nascono anche come risposta al fallimento delle strategie del più e del meno. Le vie spirituali si occupano della vera pace e insegnano che, per approdarvi, l'ostacolo principale sta proprio in quella compulsione a evitare e ad appropriarsi di cui parliamo.

" Ci sono certi giorni in cui soffro di più per la fame. Fame di tutto: delle cose, del prossimo ... Allora mi trascino nella mia giornata, tendo la mano e afferro avidamente tutto ciò che mi riesce di prendere lungo il mio passaggio. Alla sera, sono sempre deluso. Non mi resta niente della mia messe rinsecchita, perché io sono fatto per dare, sono fatto per ricevere quel che gli altri mi danno, ma non sono fatto per 'prendere " (Quoist 1982, p. 92).

E inutile dire che l'evitamento e l'appropriazione, qualora non siano accompagnati da indebite aspettative di pace duratura, come spesso è il caso, sono funzioni ovviamente indispensabili: si pensi solo alla necessità di evitare ciò che è distruttivo, nelle sue mille varietà o, di contro, alla necessità di adoperarsi con diligenza per il soddisfacimento di quelli che A. Maslow chiama i bisogni di base (sicurezza, stima, affetto) (Maslow 1962,1970). Anzi, a questo proposito, non si sottolinea mai abbastanza il fatto che la negligenza o l'ignoranza circa i propri bisogni di base, tipica di non pochi aspiranti spirituali, è solo una forma di evitamento distruttivo mascherato da distacco. Del resto non c'è bisogno del microscopio per vedere tendenze coatte all'evitamento e all'acquisizione operanti in ambiti spirituali: se per esempio io mi accorgo di essere incapace di vivere fuori dal centro di Dharma o dal monastero, vuoi dire che sto trasformando uno strumento di crescita in uno strumento di difesa, di evitamento. Oppure, se concepisco la religiosità come un accumulo di interventi assistenziali o di esperienze meditative e sento che più ne faccio più ho valore (o che, d'altra parte, meno ne faccio, meno valgo), allora sono evidentemente preda della mentalità acquisitiva.

Riguardo alla pace, la caratteristica comune di queste due strategie apparentemente opposte è questa, che la pace raggiunta grazie a esse dura poco. In proposito, è come se le tradizioni spirituali ci interpellassero: può definirsi pace qualcosa che è talmente breve e precario? Che pace può dare una pace così effimera? Avere evitato lo sgradevole ci regala un attimo o un giorno di decontrazione, di respiro più pieno, ma presto saremo già tesi di nuovo, in guardia per schivare altre cose spiacevoli. Sicché questa pace è solo un armistizio tra due tensioni. Lo stesso se è in ballo l'avidità: il successo, la presa ci da un lampo di pace; dopodiché, tipicamente, il successo vuole altro successo e si affretta a scacciare la pace. Dunque, sia che noi evitiamo, sia che noi afferriamo, in entrambi i casi la pace è come un'onda che si espande e quindi, velocemente, rifluisce.

Ma noi fino a che punto sappiamo che questa pace non regge? Quanta coscienza, viva e presente, abbiamo di ciò? A me sembra che la prima leva del lavoro interiore sta proprio in questa coscienza. Perché solo nel momento in cui ci accorgiamo della fondamentale inadeguatezza delle nostre strategie di evitamento/acquisizione, solo allora cominciamo a perdere fruttuosamente la fede nel loro presunto potere risolutivo e pacificante: cioè non crediamo più che una vita passata a scansare e ad afferrare possa offrirci pace. E simultaneamente all'emergere di questa illuminata sfiducia, spunta nel cercatore l'intuizione che avere un po' di pace vera, oltre a essere un valore in sé, è anche l'unico modo per capire che cosa dobbiamo lasciare e che cosa dobbiamo prendere. E solo allora, evidentemente, il lasciare e il prendere, cessando di essere manovre compulsive, possono gradualmente diventare espressioni di intelligenza affettuosa: prendere ciò che guarisce, lasciare ciò che nuoce.

Da un regime, dunque, nel quale la pace non c'è ne prima dell'azione ne, sostanzialmente, dopo l'azione, a un regime in cui, invece, la pace precede e segue l'azione. È questa la possibilità che balena nel momento in cui il cammino intcriore viene davvero intrapreso. La possibilità di una pace che rassomiglia molto poco a quella pace evanescente, marginale e interstiziale con la quale abbiamo familiarità. Capiamo che il regime interiore a noi più noto è, in realtà, un regime di guerra punteggiato da tregue e che queste tregue sono la sola forma di pace che noi conosciamo. Ma se invece — è come se insinuassero le spiritualità d'Oriente e quelle d'Occidente — fosse accessibile un'esperienza di pace solida, ora immediatamente viva, ora sullo sfondo, ma mai disperatamente assente? (E non è detto che questa caratteristica, presente in chi vive una vita spiritualmente matura, sia visibile a tutti e subito. Magari rimaniamo più colpiti a prima vista da certe vite intellettualmente ricche, senza vedere però la grande sofferenza alimentata in esse dalla mancanza di pace).

 

Prof. Corrado Pensa

 

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- Dovunque tu vada ci sei già -

La nostra modalità di pensiero differenzia la specie umana da tutte le altre senza possibilità di confronto. Ma se non prestiamo attenzione, il nostro pensiero può facilmente sopprimere altre preziose e miracolose sfaccettature della personalità . Spesso con immediato svantaggio della consapevolezza.
La consapevolezza non è uguale al pensiero.
È una qualità che lo supera, sebbene ne faccia uso, rispettandone la validità e la forza. Può essere considerata come un recipiente che trattiene e incorpora il pensiero, aiutandoci a vedere e a conoscere i nostri pensieri come tali, impedendoci di considerarli una realtà .
A volte la mente pensante può trovarsi seriamente frammentata; di fatto, lo è quasi sempre. Questa è la natura del pensiero, mentre la consapevolezza, sollecitata intenzionalmente in ciascun momento, può aiutarci a percepire che malgrado questa frammentazione la nostra natura fondamentale è già integrata e completa. Non solo non è limitata dalla miscellanea della mente pensante, ma è il contenitore che raccoglie tutti i frammenti, come una pentola che contiene i vari ortaggi spezzettati consentendo che cuociano formando un tutto, il minestrone appunto. Ma si tratta di una pentola magica, perchè cuoce senza che si debba far nulla, nemmeno accendere il fuoco. È la consapevolezza stessa che cuoce, a condizione di mantenerla attiva. Non si deve fare altro che rimescolare i frammenti rimanendone consapevoli. Qualsiasi cosa si presenti alla mente o al corpo viene versato nella pentola, diventando un ingrediente della minestra.
Un altro modo per definire la meditazione è considerare il processo stesso del pensiero come una cascata perenne. Coltivando la consapevolezza, ci collochiamo al di là o al di qua del nostro pensiero allo stesso modo in cui si cercherebbe riparo in una grotta o in una rientranza dietro una cascata. Continuiamo a vedere e udire l'acqua, ma ci troviamo discosti dalla corrente.
Con questo tipo di pratica i nostri schemi mentali cambiano automaticamente in modi che favoriscono integrazione, comprensione e compassione, ma non perchè tentiamo di cambiarli, sostituendo un pensiero a un altro che riteniamo più puro. Si tratta piuttosto di capire la natura dei nostri pensieri come tali e i nostri rapporti con essi, in modo da utilizzarli a nostro vantaggio e non viceversa.
Decidere di pensare positivamente può essere utile, ma non è meditazione. Sono soltanto altri pensieri. È possibile lasciarsi catturare tanto dal cosiddetto pensiero positivo quanto da quello negativo. Anche questo può essere circoscritto, frammentato, impreciso, illusorio, fine a se stesso ed erroneo. Occorre un elemento del tutto diverso per indurre una trasformazione nella nostra vita e portarci oltre i limiti del pensiero.

Jon Kabat-Zinn


Storia del Buddhismo

Il Buddha, vissuto 2500 anni fa in India, è lo scopritore e primo propagatore del Dharma, la dottrina. La sua grande sensibilità al problema esistenziale del dolore lo porta a rinunciare agli agi e alle comodità della sua fortunata condizione e a scegliere una vita di povertà e ascesi. La sua ricerca trova infine esito nella Via che conduce alla liberazione dal dolore. il Nobile Ottuplice Sentiero che, insieme alle Quattro Nobili Verità, costituisce l'essenza del Dharma. Infine fonda un ordine monastico mendicante, il Sangha monastico che, insieme ai praticanti laici, forma il Sangha allargato. la comunità dei praticanti.
Oggi il suo messaggio di liberazione ha raggiunto anche l'occidente per il beneficio di molti.


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