Si tramanda che il monaco indiano Bodhidharma nel 520 d.c. abbia introdotto in Cina la dottrina del Buddha che si consolida definitivamente nell' VIII sec. come Ch'an. Successivamente si diffonde in Giappone, Corea e Viet Nam assumendo la denominazione Zen. Il termine Zen trae dunque origine dal termine Ch'an, a sua volta dal termine indiano Jhana (sanscr.: Dhyana), che vuol dire meditazione, ma ricondurlo a ciò è estremamente riduttivo.
Cos'è, dunque, lo Zen? Lo Zen è nella sua essenza l'arte di vedere nella vera natura di ciascun essere. E' una filosofia buddhista che non può essere spiegata con le parole, non può essere attinta con il pensiero, ma attraverso la pratica che diviene allora una forza motrice possente: un'arte del vivere, una maniera d'essere. Poiché tutti gli esseri senzienti sono già pienamente liberati, rimane il problema di come accorgersi di questo e di come realizzare tale verità per trasformare radicalmente il nostro vivere ordinario. Secondo lo Zen questo si realizza attraverso la pratica, che consiste nel vivere semplicemente con tutto il nostro essere e agire in accordo con la propria natura: "Quando cammini cammina, quando sei seduto sii seduto, soprattutto non vacillare". "Siate protagonisti della vostra vita" è un'espressione che i maestri Zen hanno spesso utilizzato per educare i propri discepoli. "L'uomo è un sovrano spodestato, senza memoria per ciò che lo riguarda, dotato di un'istintiva tensione verso la felicità e la bellezza sull'immenso palcoscenico del mondo, come un attore senza parte, sradicato, in balia della corrente". L'educazione basata unicamente sulla conoscenza intellettuale pare non sia capace di portare soluzioni. Angosciati, disorientati, squilibrati, gli uomini fuggono nei piaceri momentanei e nella distrazione, allontanandosi dall'essenza spirituale e dal vero senso dell'umanità. L'equilibrio naturale degli uomini è rotto perchè non sanno più vivere nelle condizioni normali del corpo e dello spirito. Pratico ed essenziale, lo Zen punta direttamente al cuore dell'uomo, gli indica la Via per realizzare la vera intimità con la propria natura.
" Nel mio cuore, tante cose…..
Che vadano secondo il muoversi del salice "
Basho
- Lo zazen di Dogen -
Il percorso e la ricerca sprituale di Dogen prendono l'avvio da un grande dubbio (daigi): se tutti gli uomini hanno la Natura di Buddha, perché devono sforzarsi così strenuamente per realizzata?
Questo dubbio conduce Dogen a riflettere sul cammino dell'uomo per realizzare se stesso e in particolare sul senso e sul valore della pratica.E' la pratica un mezzo che porta alla realizzazione della Natura di Buddha? La risposta cui Dogen giunge è una risposta radicale: pratica (zazen) e illuminazione non sono due cose diverse: praticare non significa mettere in atto un upaya o "abile strumento", che conduce in qualche luogo, ne significa sforzarsi di raggiungere alcunché. Semplicemente sedersi significa essere e attuare l'illuminazione che già è in noi. Non c'è bisogno di conseguire la Natura di Buddha che abbiamo già, è sufficiente darle attualizzazione.
Ecco perché il Fukanzazengi esordisce dicendo:
"Se investighiamo (a fondo), (vediamo che) il fondamento originario della Via è completo in sé e onnipervasivo, perché quindi usare definizioni posticce come pratica illuminazione? "
Perché sprecarsi nella ricerca di mezzi abili dato che l'insegnamento è in sé libero da lacci?
Neanche a dirlo, la realtà sta al di là della polvere, (perché, allora) vi sono persone che pongono fiducia nei mezzi (rappresentati dal) del pulire?" Quindi la pratica non è più uno strumento che conduce a una meta, poiché essa non va esercitata con uno scopo in mente: è shikantaza ossia "sedersi per sedersi", tutto qui. Si tratta di spezzare il meccanismo perverso che alberga dentro di noi, quello per cui si fa qualcosa al fine di ottenere qualcos'altro. E proprio questo meccanismo che ci porta a perderci perché esso comporta il fatto che io e la meta da raggiungere siamo separati, siamo due. Quindi l'io va verso l'altro da sé. Invece Dogen ci dice che la Natura di Buddha è in noi (come dicono le scritture) e basta lasciare che si manifesti. Nello Zazen- shin dello Shobogenzo Dogen scrive
"Dobbiamo sapere che il vero studio della Via è la pratica dello zazen. Il punto importante è di praticare il Buddha senza cercare di diventare un Buddha. Poiché praticare il Buddha non è diventare il Buddha, (una tale pratica) è l'attualizzazione del grande koan (l'illuminazione). Il corpo-Buddha (cioè il corpo che già è buddha) non diventa un Buddha, se si spezzano gli impedimenti (ossia se ci si libera del voler diventare un Buddha sedendosi,), il Buddha seduto (la pratica dello zazen) non impedisce di diventare dei Buddha."La pratica della meditazione (zazen) è l'argomento centrale del Fukan zazengi, ma è anche il perno attorno a cui si svolge il pensiero di Dogen. Lo zazen è il compendio di tutte le attività religiose, l'essenza della pratica, ma anche la manifestazione della Natura-di-Buddha: è nella pratica dello zazen che si trova la realizzazione del sé perché la Via del Buddha non sta nella comprensione di testi, ne nei discorsi e nelle parole, e neppure nelle altre pratiche accessorie. Dice il Fukanzazengi:
"Quindi, bisogna, in modo naturale, smettere di dedicarsi alla comprensione dei testi inseguendo i discorsi e rincorrendo le parole; in modo naturale, bisogna imparare a tornare sui propri passi girando la luce e riflettendola verso l'interno. Il corpo e la mente in modo naturale vengono lasciati cadere e apparirà il vostro volto originario. Se desiderate ottenere questa cosa, dovete darvi da fare in quel senso in fretta. "
Tutto quello che è necessario fare da parte di coloro che camminano sulla via del Buddha è praticare lo zazen: non serve altro. Questa pratica non è un esercizio psicofìsico di concentrazione che serve a sviluppare delle capacità particolari; in ultima analisi non è neppure un esercizio meramente umano: esso è piuttosto il modo per partecipare al Sé della realtà che è presente sempre e dovunque. Quindi, per Dogen lo zazen è la completa realizzazione di sé e del Sé. Si badi, però che questo non significa affatto che lo stato dello zazen sia uno stato alterato, diverso da quello quotidiano. Per Dogen il cammino della ricerca interiore aveva preso lo spunto dal grande dubbio: perché sforzarsi di ottenere quanto abbiamo già dentro di noi? L'approdo cui egli giunge è che l'uomo possiede già la "mente di Buddha" e la vera pratica religiosa non è nient'altro che il normale funzionamento di questa mente. Come dicono i, maestri del ch'an cinese: la mente dell'illuminazione è questa stessa mente, quotidiana,, il: mondo dei nirvàna.non è nientaltro che questo mondo che ci appare così misero è limitato, o, come per un altro grande contemporaneo di Dogen, Shinran Shònin, " la Terra Pura è questa stessa sporca terra."
In questo senso, è chiaro che là pratica dello zazen come la intende Dogen assume connotazioni molto particolari rispetto alla tradizione, anche rispetto all'insegnamento di Eisai che poco prima di Dogen aveva portato in Giappone la tradizione cinese del ch'an lin-chi detto rinzai, e che era stato suo maestro prima della partenza per i continente. Non solo per la sua posizione di centralità nel contesto religioso che Dogen gli attribuisce, ma anche per la forma e il contenuto. Per Dogen la corretta pratica meditativa é detta shikantaza, termine col quale egli intende il fatto di sedersi per il solo fatto di sedersi, senza attribuire a questa azione alcuna aspettativa, cosi potremmo chiamare shikantaza il "solo-sedersi" abbandonando tutti gli oggetti di riferimento e ogni sforzo. Nel momento in cui ci si siede senza attaccamenti, senza aspettative, senza pensare al bene e al male, senza dualismi e senza coinvolgimenti sul piano mentale, fisico, della coscienza e delle sensazioni, ecco dischiudersi da sé la porta della realizzazione. Dogen usa il termine shinjin datsuraku che letteralmente significa "spogliarsi del corpo e della mente". Ciò vuoi dire che la pratica corretta non ha l'io al suo centro, ma è invece, una in cui ci si è spogliati di tutto quanto ci appartiene, sia degli attaccamenti corporei sia di quelli mentali. Dice in Genjokoan dello Shobogenzo : "Studiare la via del Buddha significa studiare se stessi. Studiare se stessi significa dimenticare se stessi. Dimenticare se stessi, significa risvegliarsi alla realtà. Risvegliarsi alla realtà significa spogliarsi della propria mente e corpo e della mente e corpo degli altri." Lasciare andare tutto e semplicemente diventare coscienti del nostro essere un Buddha è la realizzazione della Via. "Dunque, per fare zazen va bene una stanza tranquilla. Siate moderati nel bere e nel mangiare. Lasciate da parle tutti i legami. Lasciate che tutte le cose si acquietino (dentro di voi). Non pensate al bene e al male. Non fatevi prendere (dal dualismo) dell' "è così e non è così ". Interrompete i rivolgimenti delle sensazioni, dell'intenzionalità e della coscienza. Smettere di dare valutazioni sul pensiero le idee e le percezioni. Non abbiate intenzione di diventare un Buddha. perché mai allora attaccarsi caparbiamente allo zazen?"
Anche l'intenzione di diventare un Buddha è deleteria: si lasci da parte anch'essa e semplicemente ci si sieda e si lasci che il nostro volto originario si presenti da sé davanti a noi. Perché mai allora attaccarsi caparbiamente allo zazen?"
Anche l'intenzione di diventare un Buddha è deleteria: si lasci da parte anch'essa e semplicemente ci si sieda e si lasci che il nostro volto originario si presenti da sè davanti a noi.
Perchè mai allora attaccarsi caparbiamente allo zazen? Perché mai allora fare dello zazen una pratica su cui esercitare la nostra ostinazione praticando con ostinazione come se stessimo scalando con tutte le forze una montagna per giungere alla vetta? Lo zazen non è una pratica PER IL RISVEGLIO, ma la pratica DEL RISVEGLIO. NON E RESPONSABILE DEL RISVEGLIO, È ESSA STESSA IL RISVEGLIO, quindi è la pratica del non-sforzo, ossia, come dice il Fukan zazengi 'la pratica della pace'. Lo zazen non consiste in una tecnica da imparare: è semplicemente il dharma della pace; è la pratica e la realizzazione della bodhi finale. Per Dogen lo zazen è l'espressione della ricerca del significato della vita ed è espressione del fatto che come 'semplicemente sedersi' non ha altro senso che quello letterale di 'semplicemente sedersi', e quindi è senza seso poiché non gli si può attribuire alcun senso tranne il fatto in sé, allo stesso modo il senso della vita è di vivere senza dovergli attribuire un senso qualunque, È il vivere il significato del senza-significato.Aldo Tollini insegna Filologia Giapponese all'Università Ca'Foscari, collabora al centro Studi Maitreya di Venezia
Dal trimestrale di buddhismo "Dharma" n.2 marzo 2000.
- Non attaccarsi all'illuminazione -
Il Sesto Patriarca, Hui Neng, ha detto: "Dimorare nella vacuità e mantenere una mente calma non è zazen". Inoltre, "Lo Zen non è limitarsi a starsene seduti a gambe incrociate".
Vi confonderà, questo, se non capite che cos'è la nostra pratica e vi attaccate alle parole; ma se capite che cos'è il vero Zen, sapete anche che le parole dei Patriarchi intendono, in un certo senso, metterci in guardia.
[...] Se avete praticato il vero zazen sarete felici di tornare alla vita quotidiana, ma se provate qualche esitazione vuol dire che siete ancora attaccati allo zazen. Per questo il Sesto patriarca ha detto: " Se dimorate nella vacuità e vi attaccate alla pratica, quello non è vero zazen".
Quando praticate zazen, attimo dopo attimo, accettate quello che già avete ora, in questo momento, e siete soddisfatti di quello che fate. E' sufficiente che lo accettiate senza avere nulla da recriminare. Quello è zazen. Anche se non ci riuscite sapete cosa fare, quindi sedervi in zazen vi spinge a fare anche altre cose. Proprio come accettare il male alle gambe mentre sedete in meditazione, accettate la vita di tutti i giorni anche se potrebbe essere molto più difficile che non praticare lo zazen.
Se riuscite ad assaggiare il sapore della vera pratica [...] e poi tornare alla vostra vita attiva e indaffarata senza perdere il sapore ella pratica, questo vi sarà di grande aiuto. Anche se è difficile, anche se siete molto occupati, porterete sempre nella mente il sapore della calma, non perchè ci siete attaccati ma perchè l'avete goduto. [...]
Può darsi che crediate di avere raggiunto l'illuminazione, ma se siete occupati o presi in qualche difficoltà e pensate di doverla sperimentare di nuovo, quella non era vera illuminazione: è un qualcosa a cui vi state attaccando. [...] L'illuminazione non è qualcosa che potete incontrare dietro appuntamento. Se organizzate la vostra vita, non ci sarà bisogno di prendere appuntamento: lei si presenterà all'angolo di strada dove la incontrate sempre. La nostra Via è fatta così. E' una stupidaggine.
E' così che si raggiungere l'illuminazione. Non c'è niente da ridere. Sto parlando di una cosa reale. Non prendere appuntamenti significa non aspettarsi l'illuminazione, non attaccarvisi.
Quando siete mossi dall'illuminazione vi basta anche solo vederla, anche un'occhiata sola, per essere felici tutto il giorno. Se pretenderete troppo da lei significa già che siete attaccati all'illuminazione.
"Limitarsi a dimorare nella vacuità non è vera pratica". "Senza dimorare nel nulla, si ha la vera mente". Se vi attaccate a qualcosa, dunque, perderete la vostra illuminazione.
Anche se fate di tutto per ottenere un appuntamento, non funziona.Shunryu Suzuki Roshi
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